Maremma (1860), conosciuta anche con il titolo: Maremma amara.
Tutti mi dicon Maremma, Maremma e a me mi pare una Maremma amara, l'uccello che ci va perde la penna, io ci ho perduto una persona cara. Sia maledetta Maremma Maremma, sia maledetta Maremma e chi l'ama. Sempre mi trema il cor quando ci vai perché ho paura che non torni mai.
Stasera sono distrutto, stanco, annoiato, indeciso se andare a dormire o guardare un film in tivù oppure leggere un libro o scrivere. Mi sono appena autoscattato l'anima. L'altra notte, sabato, ho preso freddo. Sono uscito dalla discoteca per andare a fare pipì con la maglia a maniche corte, sudato marcio. Oggi ho praticamente il corpo a pezzi. E sono molto triste. E stralunato. E mai come stasera ho dato un senso ad una mia foto: in bianco e nero, confuso (tra il battere e il levare?), col corpo a pezzi, fuori da me. E i contorni tutti sfumati, imprendibili. Eppure morbido, sembro leggero, e soprattutto nudo, nudo e crudo. Dove la nudità non sta né per provocazione né per voglia di mostrarsi, ma è come il mio stato d'animo in questi giorni, spogliato di sentimento. Tempo fa scrissi che l'arte ti innalza, che è l'unica cosa che può non farti riflettere facendoti riflettere. E con tutta la mia collezione di GQ al posto del cavallino mi sono piantato addosso la fotocamera, come ti senti? Come sei?. Nudo. E allora spogliamoci. E in movimento, quell'acqua che bolle col coperchio della pentola lassù, sopra la testa. Clic. Clic. Clic.
Mi sveglio tutte le mattine alle 07.20. Mi alzo, vado in cucina, metto su il caffè e il latte, poi il riso soffiato. Faccio colazione a letto, molto spesso mi masturbo. Poi mi lavo, faccio la doccia, metto il deodorante sotto le ascelle, fumo. Immagino un'anima intrisa di sigarette, sporca di tabacco. Una Lucky morbida appena sveglio, mentre aspetto la colazione. Un'altra subito dopo, un'altra appena esco dalla doccia. Una adesso, una mentre aspetterò l'autobus, un'altra quando scenderò dall'autobus, un'altra ancora dopo la colazione al bar. Cappuccino e cornetto dolce vuoto. La gente che scorre nei miei occhi in un lungometraggio lungo 22 anni, comparse che rivendicano le loro amicizie lunghe quanto il tempo di un bidè, e sorrisi, tanti sorrisi. Stanotte prima di addormentarmi mi sono rivisto bambino: in montagna facevo degli spettacoli indecenti davanti a parenti mai sazi di me. Saltavo, ballavo, volevo non essere mai nato. Alla fine passavo col piattino di plastica e racimolavo qualche spicciolo. E poi ricominciavo punto e a capo, coi loro occhi puntati addosso e i miei serrati in una timidezza messa da parte come un vecchio straccio, libero. Ci pensavo stanotte e non riuscivo a darmi pace. Un pò mi mancano i luoghi di cemento armato, quelli a cui puoi dare un nome. Gli scalini degli innamorati, in via Oberdan, culla bolognese, la mia città tutta grigia e fumosa. E la panchina dei progetti, D&G a spiarci, autobus al capolinea. E i ti amo soffocati da tovaglioli di stoffa, la trasferta di antipasti primavera, il solito tavolino, solitario, come me, come le storie d'amore, sole di una solitudine perenne. Luoghi che vorrei cancellare dagli occhi al cuore, dimenticare. Panchine ora vuote, scalini ricoperti di piscio, i passi mancanti. E scavalcarsi, aprirsi gridando odio per un pò d'amore, per sentirsi naturali, più nudi, più veri. Tra un pò andrò a lavarmi. Fumerò un'altra sigaretta. Spalmerò sul viso una crema tutta particolare e costosa che farà credere ai manichini nelle vetrine che stanotte abbia chiuso almeno un occhio mentre racconterò di quanto sia divertente la mia vita. E poi mi perderò in una nuova giornata di fumo e di grigio, entrando in un nuovo film.